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Gli Stati Uniti sono il più religioso e il più nazionalista fra i paesi industrializzati dell’Occidente. La religione americana considera la democrazia e il destino del proprio paese una manifestazione della divina provvidenza. Per questo l’attacco terrorista dell’11 settembre ha coinvolto l’atteggiamento degli americani verso Dio, la visione del bene e del male, il senso della missione nazionale. E ha provocato un’esplosione di religiosità e di patriottismo, fusi nella santificazione dell’America come nazione eletta. Con un’analisi originale, Gentile mostra come Bush ha rielaborato i miti della religione americana, identificandoli con l’integralismo della destra religiosa, per giustificare la guerra contro l’“asse del male”. Chi è con Bush, è con l’America; chi è con l’America, è con Dio: una nuova, inquietante esperienza di sacralizzazione della politica. Un libro coinvolgente, indispensabile per capire la “democrazia di Dio” al culmine della sua potenza imperiale. |
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Questo
libro, in cui si condensano decenni di studi eruditi, profondi,
incantevoli e incantati, nasce da un’antica passione e da una
attuale preoccupazione. L’antica passione è l’interesse che
Franco Cardini, uno dei maggiori storici italiani, ha nutrito fin
da ragazzo per il medioevo e l’Oriente medievale, l’uno
immerso nell’altro e inseparabili, fonte di meraviglie e di
avventure della mente, del commercio e della spada. La
preoccupazione è che tutta questa ricca eredità venga spazzata
via, con la potenza di cui la superficialità e l’ignoranza
possono essere dotate dalla tecnica di oggi, dall’idea
dell’Islam come il “nemico metafisico”, dall’idea di un
“nuovo scontro di civiltà” dal quale non potrebbe emergere
per noi che un totalitarismo dai tratti sconosciuti. Ebbene questo
libro intende dimostrare che uno scontro di civiltà tra Oriente e
Occidente, tra civiltà cristiana e islamica, non solo non c’è
mai stato, ma al contrario è esistito sempre uno scambio fecondo,
una sostanziale parentela, di cui lo scontro armato, la cosiddetta
crociata, non è stato che un risultato di superficie (un «epifenomeno»
dice l’autore), o addirittura non è stato che il pretesto che
ha facilitato e moltiplicato le occasioni di incontro. Questo fine
dimostrativo (che per Cardini ha un valore “civico”) è
condotto con l’acume della scienza storica più sottile, più
documentata, più circostanziata. Ma ad essa la passione dona per
così dire le ali. Per cui il lettore è preso in un volo
entusiasmante attraverso un favoloso e fastoso medioevo orientale
occidentale. Che scopre lentamente e leggendariamente, il vicino
Islam. Che passa dalla leggenda all’attenzione e
dall’attenzione alla scoperta di un tesoro di cultura (la
filosofia, la scienza, la medicina, la magia, la matematica, la
letteratura perfino), che dirozza un Occidente fino a quel momento
dimentico e dimenticato, e da vita, col Duecento, a uno dei secoli
più luminosi della storia europea. Che conosce l’avventura del
pensiero di alcuni studiosi che favoriscono le traduzioni in una
Spagna nodale di contatti tra latini e arabi, e quella di alcuni
saggi regnanti (Federico I, o Alfonso II Sapiente di Castiglia)
che, pur nelle guerre e negli scontri, promuovono i legami. Che
conosce l’avventura di alcuni grandi mediatori, quali San
Francesco d’Assisi o Raimondo Lullo che ne coltivano il clima
adatto. Che impara a copiare dall’Oriente il gusto per la moda,
per gli ornamenti. E che infine dall’Oriente comincia a
separarsi, fino a odiarlo (col culmine nello spirito di Lepanto),
per poi obliarlo e riavvolgerlo nell’invenzione della leggenda.
E, alla fine di questo volo, davvero è difficile che il lettore
possa sottrarsi alla conclusione che Cardini proclama: «Mi
rendo conto che senza Oriente noialtri “occidentali” non
possiamo né vivere né definir noi stessi». |
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Il volume raccoglie una serie di scritti e interviste che vanno dal 1967 al 1986. Si ritrovano, qui, tutti i temi cari a Lévinas: il ripensamento della dimensione etica a partire dall’Altro, e, insieme, la rifondazione della filosofia, a partire dall’etica. Trattandosi, tuttavia, di saggi brevi e interviste, i classici temi levinassiani emergono da queste pagine in una luce nuova, meno criptica, e il volume si presta ad essere letto come una introduzione al pensiero del grande filosofo ebreo. Levinas dialoga apertamente con le sue fonti: Plotino, Husserl, Buber; ritorna sulle articolazioni fondamentali della sua filosofia per chiarirne significato e implicazioni concrete. |
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Se per gran parte dei cittadini degli Stati Uniti parlare di “impero americano” è oltraggioso e assurdo, William Blum, giornalista ed ex funzionario del servizio di stato, pensa invece che questa sia l’unica definizione per un paese che esercita un potere praticamente illimitato, grazie al quale può raggiungere qualsiasi parte del globo ed eliminare impunemente chiunque. La storia delle intromissioni degli Stati Uniti nella politica degli altri paesi dal 1945 a oggi — documentata in queste pagine e arricchita da citazioni dai giornali e dichiarazioni dai politici — mette a nudo molte verità scabrose: il rapporto con il terrorismo, l’appoggio a regimi dittatoriali, il ruolo della CIA, il ricorso alla tortura. |
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Nel
suo inimitabile stile, Chomsky analizza le questioni cruciali
della politica interna ed estera degli Stati Uniti, servendosi di
un linguaggio molto esplicito e di immagini e metafore
estremamente vivide. L’atteggiamento degli Stati Uniti di fronte
agli altri Paesi del mondo, per esempio, è assimilato a quello di
un capomafia: «II padrino
deve assicurarsi che la gente capisca chiaramente che il boss è
lui. Nessuno deve permettersi di intralciargli la strada»; e,
se qualcuno osa contraddirlo — che sia Castro, Milosevic o
Saddam —, manda i suoi sgherri a rompergli le ossa, perché «tutti
devono comprendere chiaramente che non ci si può permettere di
sfidare chi comanda». |
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Il male nella storia è presente in forme spesso così agghiaccianti da rendere difficile gettarvi lo sguardo. Tuttavia, sembra che qualcosa (o qualcuno) ne trattenga il dilagare. L’esperienza universale di un freno al «mistero dell’iniquità» è magistralmente condensata in due versetti della seconda lettera paolina ai Tessalonicesi nei quali si allude ad un misterioso katéchon (ciò, colui che trattiene) che impedisce alle forze dell’Avversario di trionfare. Nella storia dell’esegesi il concetto di katéchon ha ricevuto molteplici e diversissime interpretazioni. Carl Schmitt legge questa categoria biblica a partire da un’antica anche se controversa tradizione patristica che identifica il soggetto portatore della «forza che trattiene» nell’impero romano. L’impero è assunto a metafora dell’ordine, quell’ordine la cui fonte è per Paolo lo stesso Dio (1 Cor 14, 33) e in cui è possibile vedere l’antidoto alla dissoluzione politica e morale della modernità. Su tali basi, il katéchon è sì principio d’ordine e di civiltà, ma d’un ordine che sa della sua fine, che lotta con la sempre risorgente anomia, con un caos compresso ma sempre in procinto di esplodere. Insomma, un ordine in costante agonia, nel duplice senso di conflitto e sofferenza, che solo l’intervento del Dio trascendente alla fine della storia potrà definitivamente risolvere. Questo libro suggerisce che Schmitt abbia via via sovrapposto il concetto di katéchon alla propria dottrina dell’ordine politico, confermandone così tonalità ed esiti teologico-escatologici. Se considerato sotto tale angolo visuale, il suo pensiero rivela quell’unità d’ispirazione e d’intenti che egli ha sempre rivendicato, pur nella varietà degli interessi e nella straordinaria estensione della sua carriera di studioso. SOMMARIO: Introduzione Parte prima. L’ordine politico: I. Eccezione, decisione, norma: la costruzione dell’ordine: 1. Dualismo “ontologico”, stato di natura e concetto di politico - 2. Eccezione - 3. Dall’eccezione alla decisione - 4. Decisione - II. Rappresentazione e teologia politica: il criterio dell’ordine: 1. “La dittatura” - 2. La “Dottrina della costituzione” - 3. “Cattolicesimo romano e forma politica” – 4. Rappresentazione e ordine concreto - 5. Teologia politica Parte
seconda. Il
“katéchon”:
III. Il “katéchon”: 1. Ordine internazionale e “katéchon” - 2.
Chi (che cosa) è il “katéchon”
— IV. L’emergere del
tema “katechontico” in Schmitt: 1. Esordio: il
conservatore - 2. I primi approfondimenti in “Terra e mare” -
3. Dalla storia al sistema e dal sistema alla storia - 4. Donoso e
Savigny “katéchontes” - 5. Il “Glossario” - 6. Una svolta
teologica — V. Il volto
del “katéchon” e la sua funzione storica: 1. La
sistematizzazione de “Il nomos della terra” - 2. La lotta per
l’interpretazione storica e l’umiltà dell’agire
“katechontico” - 3. “L’unità del mondo” - 4.
“L’altra linea di Hegel” e la struttura dialettica del
“katéchon” - 5. L’Anticristo - 6. In cammino verso il
“katéchon” - 7. Quattro interpretazioni - 8. Il “katéchon”
introuvable di Théodore
Paléologue Respondeo: Dall’ eikòn al katéchon, il senso della teologia politica di Schmitt Riferimenti bibliografici |
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Siamo qui in
presenza di attenta, seppur sintetica, disamina della storia
italiana dagli anni Venti alla fine della guerra e del ruolo che
ebbero in essa i rapporti tra Chiesa e Stato fascista. Il
sacerdote e storico cremonese Guido Zagheni si conferma studioso
di razza affrontando con equilibrio e profondità un tema
difficile, controverso e sempre più esposto alle incursioni
ideologiche dei difensori delle convergenti ortodossie
visceralmente antifasciste e anticlericali. Viceversa nel testo
emerge una visione non certamente tenera verso il fascismo e
sicuramente ben orientata nei riguardi della Chiesa, ma comunque e
costantemente intesa ad approfondire il senso dei fatti senza tesi
aprioristiche e senza pregiudiziali da affermare o difendere. Una
scrittura nitida che non disdegna talora l’aneddoto, ma che
rimane tuttavia ben ancorata ai criteri di sobrietà esigiti da
una ricerca scientifica, concorre a far apprezzare e consigliare
la lettura di questo testo. |
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Alla
vigilia della battaglia di Cassino così arringò le sue truppe
nord-africane il generale francese Alphonse Juin, già avversario
dei Tedeschi allo scoppio della guerra, poi passato al servizio di
Petain, poi ancora, viste le sorti del conflitto, accolto tra le
benevoli braccia degli Alleati: «Soldati,
uomini che soffrite in un Paese estraneo e nemico...che rischiate
la degradazione, il palo, la fucilazione ogni volta che avvicinate
una donna dalla pelle bianca e dalla carne tenera, che leggete il
disgusto e il disprezzo negli occhi di queste donne nemiche ma
calde...Oltre quei monti, oltre quei nemici che stanotte
ucciderete, c’è una terra larga e ricca di donne, di vino, di
case. Se voi riuscirete a passare oltre quella linea senza
lasciare vivo un solo nemico, il vostro generale vi promette, vi
giura, vi proclama che quelle donne, quelle case, quel vino, tutto
quello che troverete sarà vostro, a piacimento e volontà. Per
cinquanta ore». Risultato:
dopo la battaglia furono violentate 600 donne tra i dieci e i
sessant’anni, rapinate le loro case, razziati i loro beni.
L’Autrice di questo testo ha condotto una meritoria ricerca
negli gli archivi dello Stato, della Croce Rossa Italiana,
dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito e ha
raccolto documenti sul gran numero di episodi infami, come quello
sopra descritto, che hanno visto protagonisti gli
occupanti-liberatori alla fine del secondo conflitto mondiale.
Nessuno ovviamente ha pagato, magari qualcuno avrà anche ottenuto
qualche onorificenza. La riflessione che viene da proporre a
fronte di simili atti delinquenziali — per la cui conoscenza
bisogna ringraziare l’acribia storiografica della Saini
Fasanotti — riguarda la qualità dell’ideologia di base dei
vincitori. Essi credevano così fortemente nella propria Ragione e
nella giustizia della propria causa da considerare nulla
l’umanità del nemico. Questa ideologia agita ancora gli Alleati
(oggi per esempio contro i “terroristi” afghani a Guantanamo o
iracheni ad Abu Gharib) e ha invaso i nostri media. Conoscere i
lati oscuri di quella libertà che fa male e uccide e che con la
stessa arroganza viene sbandierata dagli Alleati di ieri e di oggi
può aiutare a capire, a giudicare meglio i concetti della
propaganda e a non cedere facilmente alle seduzioni criminogene
della “parte giusta”. |
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Il testo di A. Trotta intende trarre conclusioni filosofiche — relativamente a quella che gli antichi avrebbero chiamato filosofia della natura, o fisica — dai più recenti sviluppi delle scienze matematiche e fisico-chimico-biologiche. Il problema è l’intelligibilità del reale che per l’autore è garantita, su una base rigorosamente realistica, dal suo essere essenzialmente forma, cioè struttura e informazione, ovvero in sé, dal punto di vista ontologico, qualcosa che potremmo descrivere con il concetto, al tempo stesso gnoseologico, di “leggibilità”. Questa struttura leggibile assorbe senza resti quel residuo di opacità che Platone aveva chiamato chòra, Aristotele ýle, gli scolastici materia, i moderni res extensa, e le scienze sostanza. Gli elementi della struttura si costituiscono secondo precise leggi di composizione (sintassi) in modo che è possibile affermare: «Tutta la realtà (...) ivi compresa la sfera ideologica, obbedisce allo schema “elemento-sintassi-struttura”. La conoscenza di un determinato dominio consiste nell’apprendere gli elementi del dominio e la loro sintassi. Con essi si potranno riprodurre le strutture esistenti e produrre strutture inesistenti, ma tuttavia possibili nell’ambito di quella sintassi» (p. 156). Ciò non significa che il mondo, di per sé conoscibile, sia anche esauribile dalla conoscenza umana. Il processo del conoscere rimane incomprimibile entro confini precisi e la sete della ricerca rimane implacabile. Contro ogni scetticismo e contro ogni pensiero debole, Trotta afferma solamente la possibilità e la disponibilità di certezze sulla cui base costruire l’edificio del sapere. Un sapere da lui considerato sotto una prospettiva interdisciplinare ed olistica, per sua natura comunicabile e oggetto anche di un discorso piano e, diremmo anche, di “piacevole conversazione”, alludendo allo stile leggero e felicemente anglosassone del suo scritto (che pur non rinuncia, laddove necessario, a fare uso di nozioni altamente specialistiche e di adeguate formalizzazioni logico-matematiche). Un sapere, infine, che conferma la propria vocazione all’infinito, grazie alla propria interna creatività, che aggiunge alle forme del mondo le sue proprie in una pòiesis artistica e tecnica che rappresenta l’elemento di “immagine e somiglianza” tra l’uomo e il suo Creatore. |