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Jean-Mohammed
Abd-el-Jalil (1904-1979), nato in Marocco e cresciuto nella
religione islamica, ricoprì cariche importanti nel suo paese,
fino a quando, convertitosi al cristianesimo si fa francescano.
Come padrino ebbe uno dei maggiori orientalisti cristiani, Louis
Massignon. Il volume edito da Jaka Book è una sorta di
autobiografia spirituale che ne ripercorre il cammino tramite i
suoi scritti e le testimonianze di chi l’ha incontrato. Anziché
rompere con il mondo islamico, egli dedica la sua vita e il suo
insegnamento all’Institut Catholique di Parigi a far comprendere
l’esperienza religiosa e le aspirazioni spirituali dei
musulmani. Diviene così un testimone del messaggio del Corano e
del Vangelo, convinto che amare la verità non sia aderire a una
dottrina ma aderire alla persona di Cristo, che è la verità
salvifica per tutti. Padre Jean-Mohammed diviene per gli uomini
del suo tempo, intellettuali laici e autorità ecclesiastiche, il
testimone di un abbraccio tra culture che egli ha vissuto con la
sua stessa vita. I volume è stato realizzato sotto la direzione
di padre Maurice Borrmans del Pontificio Istituto di Studi Arabi e
d’Islamistica (Pisai). (dalla nota editoriale di “Avvenire” dell’11.10.12006) |
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Studiare
l'adattamento delle opere letterarie per il grande schermo è il
modo migliore per capire quale posto occupa oggi il cinema nella
nostra società e per riflettere su due attività familiari e
dissimili: quella del lettore e quella dello spettatore. L’autore
analizza con puntualità e rigore ciò che è comune ai due media
e ciò che li rende diversi: il cinema, come buona parte della
letteratura, è costretto a «raccontare una storia». E però è
rappresentazione – cioè immagine fondata su codici provenienti
dalla pittura, dalla fotografia, dal teatro – ed è fatto di
inquadrature, di montaggio, di tempi, di corpi, di spazi e di
suoni. Sabouraud affronta poi le questioni della fedeltà e del
tradimento, della stesura della sceneggiatura e dei dialoghi,
facendo ricorso a esempi classici e contemporanei: Renoir che
adatta Maupassant, Gor'kij e Flaubert, Welles che predilige
Shakespeare e Kafka, David Cronenberg che sceglie William
Burroughs. (dalla nota editoriale) |
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La
storia del cinema italiano è scandita da decine e decine di
giudizi del tutto drastici, duri, inequivocabili espressi da
"spettatori eccellenti". Il volume vuole contribuire
alla creazione di un piccolo monumento alla memoria degli
incontri-scontri e delle sfide che, nel corso di oltre
settant'anni, alcuni rappresentativi intellettuali hanno lanciato
ai maestri del cinema italiano. Il grande cinema italiano (Rossellini,
De Sica, Visconti, Fellini, Antonioni, Risi, Monicelli, Olmi,
Pasolini, Bertolucci ecc.) ci viene raccontato da spettatori quali
Gramsci, Pirandello, Savinio, Pannunzio, Maccari, Baldini,
Longanesi, Flaiano, Arbasino, Moravia, Pasolini, Calvino,
Bontempelli, Cecchi, Comisso, Berto, Ungaretti, Gadda, Fortini,
Camon, Del Buono ecc. (dalla nota
editoriale) |
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Oggetto
di culto per intere generazioni di scrittori (da Elizabeth Bishop
a Raymond Carver alle nuove leve delle letteratura americana) ma
ormai introvabili, tornano in libreria i saggi sul mestiere di
scrivere di Flannery O'Connor, una delle più celebrate autrici
americane del Novecento, la voce più rappresentativa della
narrativa sanguigna ed espressionista del Sud degli Stati Uniti,
insieme a William Faulkner. (dalla nota editoriale) «Un
libretto di culto, Nel territorio del diavolo. Raccoglie una serie di fulminanti interventi della grande, grandissima
Flannery O'Connor — trascrizioni di conferenze, brevi commenti
alla propria opera — sull'arte della scrittura. Individuata,
contro ogni riduzione estetica, psicologica o sociologica, come
luogo privilegiato per la rivelazione del Mistero nelle
circostanze quotidiane. “Compito della narrativa è incarnare il
Mistero attraverso le maniere [Mistery and manners è il titolo originale del libro]. Il mistero è il mistero della
nostra posizione terrena, e le maniere sono quelle convinzioni
che, nelle mani dell'artista, rivelano quel mistero centrale”.
Non inganni la traduzione: l'inglese manners
non ha nulla a che fare con la “maniera” da cui deriva
“manierista” o “manierato”. Indica semplicemente le forme
della scrittura. Che seguono un solo imperativo: l'obbedienza alla
realtà. “Ritengo che più uno scrittore desidera rendere
manifesto il soprannaturale, più abbia a rendere reale il mondo
naturale, perché se i lettori non accettano il mondo naturale, di
certo non accetteranno nient'altro”. Per cui “i materiali
dello scrittore di narrativa sono i più umili. La narrativa
riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo fatti di polvere,
dunque se disdegnate d'impolverarvi non dovreste tentare di
scrivere narrativa. Non è cosa abbastanza nobile per voi”. (Tratto da “Non
abbiate paura di impolverarvi” di Roberto Persico,
“Tempi” - marzo 2003 ) |
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«“Il
libro fu scritto di gusto e, se possibile, bisognerebbe leggerlo
nello stesso umore. È un romanzo comico che tratta di un
cristiano suo malgrado e, in quanto tale, serissimo, perché tutti
i romanzi comici d’un qualche valore debbono trattare questioni
di vita e di morte”. Così
Flannery O’Connor presentò (….) Wise Blood,
il suo primo romanzo, tradotto in Italia con il titolo La
saggezza nel sangue. E quel
gusto di cui lei parlò, a proposito della scrittura, è quello
che, in veste di lettori, oggi, siamo chiamati a esprimere e
riscontrare. Se cominciassimo coll’accogliere il suo invito a
leggere di gusto sarebbe un po’ come immaginare di essere seduti
a tavola e avere davanti il nostro piatto preferito. Saremmo ben
disposti ad assaporare e gustare il cibo fino all’ultimo
boccone. Ma dinanzi a un romanzo, mai letto prima, la cosa è
certo meno scontata e probabile. Possibile invece che l’umore di
lettura, il piacere del gusto, si scopra in corso d’opera, in
maniera piuttosto sorprendente. O che invece quel coinvolgimento
di senso (fisico) non si avverta in modo gradevole. E questo, di Wise
Blood, potrebbe essere il caso, nonostante l’auspicio (invito)
dell’autrice. Perché Sangue saggio,
tradotto letteralmente, non è un romanzo facile: non è un libro “avvincente
nel plot”, come evidenzia
lo scrittore Luca Doninelli nella postfazione. Osservazione
condivisibile più di altre per le quali, addirittura, secondo lui,
“nessun editore accetterebbe, oggi, un libro come Wise
Blood”. Non per i suoi
contenuti, ma “per ragioni non tematiche, bensì narrative
(o narratologiche) quelle grazie alle quali si scrivono libri
scorrevoli, interessanti nell’ideazione, e tendenzialmente tutti
uguali, senza quel pizzico di follia”. (…) Il
romanzo, pubblicato nel 1952 (…) racconta la storia di Hazel
Motes, il giovane “cristiano suo malgrado”
che predica la “Chiesa della Verità senza Gesù Cristo
Crocefisso”. Hazel, detto Haze
(il cui nome significa “nebbia” e il cognome mote
la pagliuzza, che si vede negli occhi degli altri) fin da piccolo
si convince che il mezzo per evitare Gesù “consistesse
nell’evitare il peccato”
e quando arriva a Taulkinham, meta del suo viaggio in treno (dove “nessuno
prestava attenzione al cielo”,
nero puntellato da strisce d’argento simili a impalcature) dà
inizio alla sua predicazione. Vuole dimostrare agli uomini che
c’è bisogno di “un nuovo Gesù che sia tutto uomo, senza
sangue da buttar via” e
fondare la Chiesa senza Cristo. Niente peccato e niente
redenzione. Sulla sua strada Haze incontra un altro predicatore
che finge di essere cieco dopo aver provato ad accecarsi senza
esserci riuscito e incontra il giovane Enoch Emery, che “aveva
il sangue che la sapeva lunga”. Enoch,
il cui nome richiama quello del settimo patriarca che “camminava
con Dio” (i nomi che la
O’Connor sceglie per i suoi personaggi si prestano a una lettura
simbolica) è colui che possiede la saggezza del sangue. Lui
voleva diventare qualcosa, voleva dare compimento al suo sentirsi
eletto, cercava anche lui un nuovo Gesù e dopo aver seguito Haze
per un po’ (anche lui convinto di avere sangue saggio) sceglie
di spogliarsi dei suoi abiti da uomo e di vestire quelli di
gorilla. Enoch agisce anche contro la sua volontà. S’affida
alla saggezza del sangue che lo conduce a “passare dalla
condizione di guardiano presso lo zoo a quella di bestia”. Haze,
intanto, procede nel suo itinerario per strade, pensioni, e bar
che sono parte del mondo comico e buffo che è il Sud; integro e
determinato nel raggiungimento del suo obiettivo. La sua integrità
lo condurrà, però, proprio dove non vuole essere condotto: dal
nichilismo alla Redenzione. “Haze è salvato dalla virtù di
avere sangue saggio —
precisa la O’ Connor in una lettera, citata dalla Pivano nella
prefazione e raccolta nell’epistolario Sola a presidiare la
fortezza — Il sangue
saggio deve essere per queste persone il mezzo della grazia… La
religione del Sud, è qualcosa che, come cattolica, trovo penosa,
commovente e cupamente comica. Non avendo nulla che corregga le
proprie eresie, la gente le elabora drammaticamente”.
Flannery, contro ogni riduzione simbolica, fissa il suo sguardo
tremendamente ironico, forse pure cinico, sulla realtà rifiutando
qualunque teoresi spirituale. Il suo vanto di essere una
scrittrice cattolica sta tutto qui: nel fare esperienza reale
della creazione “in atto” e
dire la bellezza e la miseria, lo sbalordimento, la comicità e la
drammaticità dell’essere creatura. di Tullia Fabiani (www.railibro.rai.it) |
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“...
io ho trovato la fede così. Siano state anime di disincarnati o manovre del
demonio, per me è del tutto indifferente. Il risultato è questo: che io, per
quelle vie vietate e con mezzi illeciti, ho trovato la fede”. (Pitigrilli) Quello
che è importante in questa, come in ogni conversione, si è che l'azione di
Dio è stata così completa e così profonda... Pitigrilli dunque è tornato
alla casa del Padre”. (Padre Agostino Gemelli) |
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Pochi di coloro che ogni
giorno le percorrono conoscono veramente le strade di una grande città, pochi
si lasciano coinvolgere dalle storie, dai destini che vi s'incrociano,
pochissimi indagano il mistero delle vite nascoste dietro gli usci serrati
delle case. Uno di questi è un prete, un giovane prete diocesano al suo primo
incarico, assegnato come coadiutore in una grande parrocchia di Milano. Don
Ennio ha una sconcertante caratteristica: un’invincibile, vittoriosa
allegria che si porta in corpo fin da ragazzo, quando abitava nelle case
popolari di un quartiere periferico. E l’allegria gli serve per affrontare i
fantasmi del passato come il suicidio della madre, o i crucci del presente
come l'irosa senescenza del padre e il fallimento della vita sentimentale
della sorella, ma soprattutto gli serve per vivere con purezza di cuore le
sfide che gli sono imposte dal suo quotidiano operare in mezzo alla gente.
Seduto accanto al letto di Paola, volontaria in una comunità di handicappati,
agonizzante dopo essere stata violentata — una ragazza a cui è legato da un
sentimento così forte da creargli al tempo stesso esultanza e disagio — don
Ennio si lascia invadere dalle esistenze che hanno attraversato e tuttora
attraversano la sua vita. E sono molte, alcune prevedibili, altre
assolutamente sorprendenti, ma il giovane sacerdote è dedito a esse come alla
sua vera famiglia. Dalle seduzioni e le astuzie dell'anoressia che scava la
mente e le carni di una giovane donna, alla piccola ecuadoregna che parla con
la “Virgen de los desamparados”, dal matrimonio contrastato di due
giovani, lui cattolico lei atea, alle conversazioni sull'eutanasia di un
medico segnato dalla sofferenza, alla drammatica esperienza di una ragazza
madre, don Ennio si confronta con coraggio e candore con tutti i grandi
turbamenti della coscienza contemporanea. Al suo fianco, preti cauti,
obbedienti oppure smarriti, che si ritraggono dalla vita o se ne fanno colpire
a morte, e la potente figura spirituale di don Pietro Paglierani, un vecchio
religioso che vive isolato e sereno, di fronte al proprio Dio,
l'allontanamento e il rifiuto della sua Chiesa. Questo romanzo verità, duro
come un sasso, è un racconto densamente popolato, come il centro convulso e
sconosciuto di una grande città. I personaggi che lo abitano noi li abbiamo
tutti incontrati, anche se forse non li abbiamo voluti conoscere. Così
abbiamo incontrato anche il Dio che in queste pagine appare e scompare. Perché
la speranza è che Lui sappia qualcosa di noi anche se noi non sappiamo niente
di Lui. (dalla
nota editoriale) |
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Che
cosa intendiamo quando diciamo: cogito ergo sum? — Penso, esisto
in quanto pensante. E questa è l’unica cosa di cui per
Cartesio, uno dei più grandi pensatori della nostra tradizione
occidentale, non è mai possibile dubitare. Si tratta, in effetti,
di una tesi fondamentale che appartenendo alla storia del Seicento
ha vantato in tempi più recenti forse il primato dell’uso/abuso
di una formula filosofica perfino a mo’ di slogan, pur vantando
nel contempo una chiarezza intuitiva solo apparente. E per questo
che il cogito di
Cartesio appartiene anche al pensiero contemporaneo: per l’interesse
e la problematicità suscitati dall’idea che la prova della
nostra esistenza consiste nella nostra capacità di pensiero. Si
intuisce come qui siano implicate molte questioni, filosofiche e
culturali, legate in primo luogo alla natura dei rapporti fra il
pensiero e l’azione, la mente e il corpo. Ma che ci portano
presto a interrogarci sull’opportunità di un cambio di
prospettiva rispetto a una teoria della certezza incontrovertibile
della presenza di sé a se stessi. (dalla
IV di co |
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Nel
1940 Carl Schmitt decide di riunire alcuni suoi saggi principalmente di
politica internazionale in una raccolta che esprimesse la sua pluriennale
lotta contro il mondo liberaldemocratico e borghese incarnato dalla Repubblica
di Weimar, dalla Società delle Nazioni e dalle imposizioni del trattato di
Versailles. Ne viene fuori una silloge nella quale, in un rapporto costante
con l’attualità, emergono e via via prendono forma alcuni capisaldi del suo
pensiero giuridico e politologico, una raccolta che mantiene ancora oggi,
insieme alla validità dell’analisi, tutto il suo carattere provocatorio. Così si esprime a proposito Antonio Caracciolo: «Traducendo Posizioni e concetti mi sono accorto che il nostro pensiero si forma proprio in un rapporto costante con la nostra attualità politica. Il pensiero di Schmitt non sarebbe stato quello che conosciamo se Schmitt non si fosse sempre rapportato alla sua epoca e al suo paese. Non ci si isola ed astrae impunemente dal proprio tempo. Nel mio rapportarmi al mio tempo ho potuto riscoprire l’attualità di Schmitt nella misura in cui i problemi umani permangono identici nel tempo. A mio avviso, l’ostracismo verso Schmitt da parte dei suoi odierni detrattori nasce dalla consapevolezza che Schmitt può ancora parlare e ci dice cose che come cittadini europei turbano la nostra coscienza». |
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La filosofia morale di
Jankélévitch, questo ebreo russo francesizzato,
figlio di un grande storico ella filosofia (traduttore di Hegel), filosofo e
musicologo, è veramente affascinante. L’uomo di Jankélévitch è una
creatura tragicamente degna, che fa appello alle più recondite energie
interiori per affrontare il proprio tempo a viso aperto e a capo levato. La
morale è per lui il distillato intellettuale della serietà dell’esistenza,
il cui centro è rappresentato dalla decisione coraggiosa e dalla fedeltà
amante, elementi che aprono l’individuo all’infinito valore racchiuso
negli altri e nel mondo, alla bellezza dell’agire sensato e all’orgoglio
della pugna spiritualis contro tutte le tendenze borghesi al compromesso,
all’abitudine, alla meschinità interessata ed egoistica. Contro queste
ultime egli sempre sottolinea “la
vocazione violenta, forzata, soprannaturale della moralità” Le sue
parole precise, le sue definizioni chiare e taglienti non lasciano mai
indifferenti, ma inducono a prendere posizione e muovono la coscienza verso
una possibile metànoia interiore ed
pratica. Insomma si tratta di un grande inattuale da leggere con la mente e
con il cuore ma anche con le gambe e con tutto il proprio sé,
giacché, come egli stesso dice, “il
fare importa più del dire e l’essere più del fare”. |
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Gli scrittori in questione
sono i tre giganti francesi Charles Péguy (1873-1914), Georges Bernanos
(1888-1948) e François Mauriac (1885-1970), il cui impegno comune di
testimoni cristiani è stato analizzato dalla critica letteraria Claire Daudin
in un saggio che riprende nel titolo proprio una riflessione di Mauriac:
Dieu a-t-il besoin de l'écrivain? (tratto dall’intervista all’autrice raccolta da Daniele Zappalà per “Avvenire”, 30 gennaio 2007) |
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«Nell’estate
1996 mi giunse una lettera di Sandro. Mi confessò che da qualche mese stava
raccogliendo testimonianze di pazienti o familiari, con l’aiuto di alcuni
colleghi che, come lui, volevano comprendere più a fondo i tanti problemi che
i nostri pazienti si trovano a vivere ogni giorno. Gli sarebbe piaciuto poter
riunire testimonianze e riflessioni in un libro, per capire e far capire,
aiutarsi ed aiutare, per migliorare, ove fosse possibile, la qualità della
vita di queste persone, nel rapporto con il medico e in quello con la
malattia. Chiese la mia disponibilità a lasciarmi coinvolgere in quel sogno
che stava lentamente diventando un progetto. Gli risposi di sì. I pazienti
che hanno portato una testimonianza con semplici parole, frasi, lettere o
diari relativi alla loro esperienza, ci hanno fatto comprendere come le storie
e i sentimenti qui raccontati debbano divenire patrimonio comune, per valori
etici, culturali, umani. Ci
hanno insegnato che la sofferenza pone la singola persona al centro dei valori
della nostra esistenza, lontano da clamori
e stonature con cui ama spesso raccontarsi la “grande” storia”» (dalla
IV di copertina). È questo un libro
toccante, che comporta una vera e propria esperienza spirituale a contatto con
vissuti che mettono in gioco i significati più profondi dell’esistere e
dell’essere uomini. Per ora ci limitiamo a segnalarlo e a consigliarne la
lettura: nel prossimo numero di “Ekpyrosis” lo recensiremo adeguatamente. |