Jean-Mohammed Abd-el-Jalil
Testimone del Corano e del Vangelo

Jaca Book 2006 - pp. 154

Jean-Mohammed Abd-el-Jalil (1904-1979), nato in Marocco e cresciuto nella religione islamica, ricoprì cariche importanti nel suo paese, fino a quando, convertitosi al cristianesimo si fa francescano. Come padrino ebbe uno dei maggiori orientalisti cristiani, Louis Massignon. Il volume edito da Jaka Book è una sorta di autobiografia spirituale che ne ripercorre il cammino tramite i suoi scritti e le testimonianze di chi l’ha incontrato. Anziché rompere con il mondo islamico, egli dedica la sua vita e il suo insegnamento all’Institut Catholique di Parigi a far comprendere l’esperienza religiosa e le aspirazioni spirituali dei musulmani. Diviene così un testimone del messaggio del Corano e del Vangelo, convinto che amare la verità non sia aderire a una dottrina ma aderire alla persona di Cristo, che è la verità salvifica per tutti. Padre Jean-Mohammed diviene per gli uomini del suo tempo, intellettuali laici e autorità ecclesiastiche, il testimone di un abbraccio tra culture che egli ha vissuto con la sua stessa vita. I volume è stato realizzato sotto la direzione di padre Maurice Borrmans del Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica (Pisai).

(dalla nota editoriale di “Avvenire” dell’11.10.12006)

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Frederic Sabouraud
L’adattamento cinematografico

Lindau 2007 - pp. 96

Studiare l'adattamento delle opere letterarie per il grande schermo è il modo migliore per capire quale posto occupa oggi il cinema nella nostra società e per riflettere su due attività familiari e dissimili: quella del lettore e quella dello spettatore.

L’autore analizza con puntualità e rigore ciò che è comune ai due media e ciò che li rende diversi: il cinema, come buona parte della letteratura, è costretto a «raccontare una storia». E però è rappresentazione – cioè immagine fondata su codici provenienti dalla pittura, dalla fotografia, dal teatro – ed è fatto di inquadrature, di montaggio, di tempi, di corpi, di spazi e di suoni. Sabouraud affronta poi le questioni della fedeltà e del tradimento, della stesura della sceneggiatura e dei dialoghi, facendo ricorso a esempi classici e contemporanei: Renoir che adatta Maupassant, Gor'kij e Flaubert, Welles che predilige Shakespeare e Kafka, David Cronenberg che sceglie William Burroughs.

(dalla nota editoriale)

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G. Piero Brunetta        
Spari nel buio. La letteratura contro il cinema italiano: settant'anni di stroncature memorabili 

Marsilio 1994 - pp. 288

La storia del cinema italiano è scandita da decine e decine di giudizi del tutto drastici, duri, inequivocabili espressi da "spettatori eccellenti". Il volume vuole contribuire alla creazione di un piccolo monumento alla memoria degli incontri-scontri e delle sfide che, nel corso di oltre settant'anni, alcuni rappresentativi intellettuali hanno lanciato ai maestri del cinema italiano. Il grande cinema italiano (Rossellini, De Sica, Visconti, Fellini, Antonioni, Risi, Monicelli, Olmi, Pasolini, Bertolucci ecc.) ci viene raccontato da spettatori quali Gramsci, Pirandello, Savinio, Pannunzio, Maccari, Baldini, Longanesi, Flaiano, Arbasino, Moravia, Pasolini, Calvino, Bontempelli, Cecchi, Comisso, Berto, Ungaretti, Gadda, Fortini, Camon, Del Buono ecc.

(dalla nota editoriale)

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Flannery O'Connor
Nel territorio del diavolo. Sul mistero di scrivere

Minimum fax 2003 - pp. 150

Oggetto di culto per intere generazioni di scrittori (da Elizabeth Bishop a Raymond Carver alle nuove leve delle letteratura americana) ma ormai introvabili, tornano in libreria i saggi sul mestiere di scrivere di Flannery O'Connor, una delle più celebrate autrici americane del Novecento, la voce più rappresentativa della narrativa sanguigna ed espressionista del Sud degli Stati Uniti, insieme a William Faulkner.
«A parer mio quasi tutti sanno cos'è una storia, fino a che non si siedono a scriverne una»,
dice la O'Connor in uno di questi saggi. E infatti Nel territorio del diavolo si rivolge tanto a scrittori che non hanno mai provato a raccontare una storia quanto a quelli che lo fanno abitualmente, per cercare di scoprire qual è la natura e qual è lo scopo di questo mestiere. L'autrice mette apertamente in campo la sua profonda religiosità cattolica senza mai sconfinare nel fanatismo o nella bigotteria —  e anzi rifiutando ogni degenerazione moralista — e ci offre esempi cristallini di teoria letteraria in cui i concetti di grazia e di mistero acquistano forza e fascino per qualunque lettore. Ad aprire il libro, un piccolo gioiello: la più incantevole ed esilarante descrizione di un allevamento di pavoni che vi potrà mai capitare di leggere... 

(dalla nota editoriale)

«Un libretto di culto, Nel territorio del diavolo. Raccoglie una serie di fulminanti interventi della grande, grandissima Flannery O'Connor — trascrizioni di conferenze, brevi commenti alla propria opera — sull'arte della scrittura. Individuata, contro ogni riduzione estetica, psicologica o sociologica, come luogo privilegiato per la rivelazione del Mistero nelle circostanze quotidiane. “Compito della narrativa è incarnare il Mistero attraverso le maniere [Mistery and manners è il titolo originale del libro]. Il mistero è il mistero della nostra posizione terrena, e le maniere sono quelle convinzioni che, nelle mani dell'artista, rivelano quel mistero centrale”. Non inganni la traduzione: l'inglese manners non ha nulla a che fare con la “maniera” da cui deriva “manierista” o “manierato”. Indica semplicemente le forme della scrittura. Che seguono un solo imperativo: l'obbedienza alla realtà. “Ritengo che più uno scrittore desidera rendere manifesto il soprannaturale, più abbia a rendere reale il mondo naturale, perché se i lettori non accettano il mondo naturale, di certo non accetteranno nient'altro”. Per cui “i materiali dello scrittore di narrativa sono i più umili. La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo fatti di polvere, dunque se disdegnate d'impolverarvi non dovreste tentare di scrivere narrativa. Non è cosa abbastanza nobile per voi”.
A chi la accusa di indulgere alle bassezze anziché trattare argomenti “edificanti” ribatte serafica: “Lo scrittore cattolico sentirà la vita dal punto di vista del mistero cristiano centrale: cioè che per essa, a dispetto di tutto il suo orrore, Dio ha ritenuto valesse la pena morire”. Non si tratta di dare lezioni di spiritualità o di morale, ma di tentare di rendere di nuovo in qualche modo presente il Mistero a lettori che ne sono radicalmente estranei: “l'argomento della mia narrativa è l'azione della grazia in un territorio occupato in gran parte dal diavolo”»
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(Tratto da “Non abbiate paura di impolverarvi” di Roberto Persico, “Tempi” - marzo 2003 )


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Flannery O’Connor
La saggezza nel sangue
Garzanti 2002 - pp. 220

«“Il libro fu scritto di gusto e, se possibile, bisognerebbe leggerlo nello stesso umore. È un romanzo comico che tratta di un cristiano suo malgrado e, in quanto tale, serissimo, perché tutti i romanzi comici d’un qualche valore debbono trattare questioni di vita e di morte”.

Così Flannery O’Connor presentò (….) Wise Blood, il suo primo romanzo, tradotto in Italia con il titolo La saggezza nel sangue. E quel gusto di cui lei parlò, a proposito della scrittura, è quello che, in veste di lettori, oggi, siamo chiamati a esprimere e riscontrare. Se cominciassimo coll’accogliere il suo invito a leggere di gusto sarebbe un po’ come immaginare di essere seduti a tavola e avere davanti il nostro piatto preferito. Saremmo ben disposti ad assaporare e gustare il cibo fino all’ultimo boccone. Ma dinanzi a un romanzo, mai letto prima, la cosa è certo meno scontata e probabile. Possibile invece che l’umore di lettura, il piacere del gusto, si scopra in corso d’opera, in maniera piuttosto sorprendente. O che invece quel coinvolgimento di senso (fisico) non si avverta in modo gradevole. E questo, di Wise Blood, potrebbe essere il caso, nonostante l’auspicio (invito) dell’autrice. Perché Sangue saggio, tradotto letteralmente, non è un romanzo facile: non è un libro “avvincente nel plot”, come evidenzia lo scrittore Luca Doninelli nella postfazione. Osservazione condivisibile più di altre per le quali, addirittura, secondo lui, “nessun editore accetterebbe, oggi, un libro come Wise Blood. Non per i suoi contenuti, ma “per ragioni non tematiche, bensì narrative (o narratologiche) quelle grazie alle quali si scrivono libri scorrevoli, interessanti nell’ideazione, e tendenzialmente tutti uguali, senza quel pizzico di follia”. (…)

Il romanzo, pubblicato nel 1952 (…) racconta la storia di Hazel Motes, il giovane “cristiano suo malgrado” che predica la “Chiesa della Verità senza Gesù Cristo Crocefisso”. Hazel, detto Haze (il cui nome significa “nebbia” e il cognome mote la pagliuzza, che si vede negli occhi degli altri) fin da piccolo si convince che il mezzo per evitare Gesù “consistesse nell’evitare il peccato” e quando arriva a Taulkinham, meta del suo viaggio in treno (dove “nessuno prestava attenzione al cielo”, nero puntellato da strisce d’argento simili a impalcature) dà inizio alla sua predicazione. Vuole dimostrare agli uomini che c’è bisogno di “un nuovo Gesù che sia tutto uomo, senza sangue da buttar via” e fondare la Chiesa senza Cristo. Niente peccato e niente redenzione. Sulla sua strada Haze incontra un altro predicatore che finge di essere cieco dopo aver provato ad accecarsi senza esserci riuscito e incontra il giovane Enoch Emery, che “aveva il sangue che la sapeva lunga”.

Enoch, il cui nome richiama quello del settimo patriarca che “camminava con Dio” (i nomi che la O’Connor sceglie per i suoi personaggi si prestano a una lettura simbolica) è colui che possiede la saggezza del sangue. Lui voleva diventare qualcosa, voleva dare compimento al suo sentirsi eletto, cercava anche lui un nuovo Gesù e dopo aver seguito Haze per un po’ (anche lui convinto di avere sangue saggio) sceglie di spogliarsi dei suoi abiti da uomo e di vestire quelli di gorilla. Enoch agisce anche contro la sua volontà. S’affida alla saggezza del sangue che lo conduce a “passare dalla condizione di guardiano presso lo zoo a quella di bestia”. Haze, intanto, procede nel suo itinerario per strade, pensioni, e bar che sono parte del mondo comico e buffo che è il Sud; integro e determinato nel raggiungimento del suo obiettivo. La sua integrità lo condurrà, però, proprio dove non vuole essere condotto: dal nichilismo alla Redenzione. “Haze è salvato dalla virtù di avere sangue saggio — precisa la O’ Connor in una lettera, citata dalla Pivano nella prefazione e raccolta nell’epistolario Sola a presidiare la fortezzaIl sangue saggio deve essere per queste persone il mezzo della grazia… La religione del Sud, è qualcosa che, come cattolica, trovo penosa, commovente e cupamente comica. Non avendo nulla che corregga le proprie eresie, la gente le elabora drammaticamente”. Flannery, contro ogni riduzione simbolica, fissa il suo sguardo tremendamente ironico, forse pure cinico, sulla realtà rifiutando qualunque teoresi spirituale. Il suo vanto di essere una scrittrice cattolica sta tutto qui: nel fare esperienza reale della creazione “in atto” e dire la bellezza e la miseria, lo sbalordimento, la comicità e la drammaticità dell’essere creatura.

di Tullia Fabiani (www.railibro.rai.it)

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Pitigrilli
La Piscina di Siloe
Prefazione di Vittorio Messori, con un saggio di Agostino Gemelli  
Bompiani 1999 - pp. 90

“... io ho trovato la fede così. Siano state anime di disincarnati o manovre del demonio, per me è del tutto indifferente. Il risultato è questo: che io, per quelle vie vietate e con mezzi illeciti, ho trovato la fede”. (Pitigrilli)

“Per una via inconsueta, da questo momento Pitigrilli si converte, e non ha alcuna importanza che sia stato indotto a riflettere e a pregare da fatti medianici; importa invece constatare che ad un certo momento un uomo lontano da Dio, riconosce il vero Dio e scrive un libro di confessione onesta, umile e sincera in cui deplora la sua vita passata e dichiara di aver tagliato ogni legame che lo tratteneva ancora ad essa.

Quello che è importante in questa, come in ogni conversione, si è che l'azione di Dio è stata così completa e così profonda... Pitigrilli dunque è tornato alla casa del Padre”. (Padre Agostino Gemelli)  

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Ferruccio Parazzoli  
Per queste strade familiari e feroci (risorgerò)  

pp. 270 - Mondadori 2004

Pochi di coloro che ogni giorno le percorrono conoscono veramente le strade di una grande città, pochi si lasciano coinvolgere dalle storie, dai destini che vi s'incrociano, pochissimi indagano il mistero delle vite nascoste dietro gli usci serrati delle case. Uno di questi è un prete, un giovane prete diocesano al suo primo incarico, assegnato come coadiutore in una grande parrocchia di Milano. Don Ennio ha una sconcertante caratteristica: un’invincibile, vittoriosa allegria che si porta in corpo fin da ragazzo, quando abitava nelle case popolari di un quartiere periferico. E l’allegria gli serve per affrontare i fantasmi del passato come il suicidio della madre, o i crucci del presente come l'irosa senescenza del padre e il fallimento della vita sentimentale della sorella, ma soprattutto gli serve per vivere con purezza di cuore le sfide che gli sono imposte dal suo quotidiano operare in mezzo alla gente. Seduto accanto al letto di Paola, volontaria in una comunità di handicappati, agonizzante dopo essere stata violentata — una ragazza a cui è legato da un sentimento così forte da creargli al tempo stesso esultanza e disagio — don Ennio si lascia invadere dalle esistenze che hanno attraversato e tuttora attraversano la sua vita. E sono molte, alcune prevedibili, altre assolutamente sorprendenti, ma il giovane sacerdote è dedito a esse come alla sua vera famiglia. Dalle seduzioni e le astuzie dell'anoressia che scava la mente e le carni di una giovane donna, alla piccola ecuadoregna che parla con la “Virgen de los desamparados”, dal matrimonio contrastato di due giovani, lui cattolico lei atea, alle conversazioni sull'eutanasia di un medico segnato dalla sofferenza, alla drammatica esperienza di una ragazza madre, don Ennio si confronta con coraggio e candore con tutti i grandi turbamenti della coscienza contemporanea. Al suo fianco, preti cauti, obbedienti oppure smarriti, che si ritraggono dalla vita o se ne fanno colpire a morte, e la potente figura spirituale di don Pietro Paglierani, un vecchio religioso che vive isolato e sereno, di fronte al proprio Dio, l'allontanamento e il rifiuto della sua Chiesa. Questo romanzo verità, duro come un sasso, è un racconto densamente popolato, come il centro convulso e sconosciuto di una grande città. I personaggi che lo abitano noi li abbiamo tutti incontrati, anche se forse non li abbiamo voluti conoscere. Così abbiamo incontrato anche il Dio che in queste pagine appare e scompare. Perché la speranza è che Lui sappia qualcosa di noi anche se noi non sappiamo niente di Lui.

(dalla nota editoriale)

 «”Dio non può non amarci” proprio così pensai, “come potrebbe non amarci teneramente, dolcemente, con molta compassione, se siamo così deboli, così poveramente carnali, così umani? Se io li amo così, dietro quelle loro porte, inerti, magari, peccaminosi magari, nei loro panni intrisi dall'odore del cibo, miserevoli, come potrà, dunque, non amarci Dio?” Questo pensiero assomigliava stranamente a una bestemmia, ma ricordo che ne fui confortato e ripresi a salire le scale...»

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Annalisa Rossi  
Possibilità dell’io. Il cogito di Descartes e un dibattito contemporaneo: Heidegger e Henry  

Mimesis, Milano 2006

Che cosa intendiamo quando diciamo: cogito ergo sum? — Penso, esisto in quanto pensante. E questa è l’unica cosa di cui per Cartesio, uno dei più grandi pensatori della nostra tradizione occidentale, non è mai possibile dubitare. Si tratta, in effetti, di una tesi fondamentale che appartenendo alla storia del Seicento ha vantato in tempi più recenti forse il primato dell’uso/abuso di una formula filosofica perfino a mo’ di slogan, pur vantando nel contempo una chiarezza intuitiva solo apparente. E per questo che il cogito di Cartesio appartiene anche al pensiero contemporaneo: per l’interesse e la problematicità suscitati dall’idea che la prova della nostra esistenza consiste nella nostra capacità di pensiero. Si intuisce come qui siano implicate molte questioni, filosofiche e culturali, legate in primo luogo alla natura dei rapporti fra il pensiero e l’azione, la mente e il corpo. Ma che ci portano presto a interrogarci sull’opportunità di un cambio di prospettiva rispetto a una teoria della certezza incontrovertibile della presenza di sé a se stessi.
Infatti, l’essere capaci di pensiero è una possibilità dell’io che consente altre vie interpretative e che mette qui in gioco due voci filosofiche contemporanee — Heidegger ed Henry — per poi invitare a pensare una teoria dell’autocoscienza che non consacri l’io come principio di tutte le cose, né perciò del mondo, della verità, del senso”.  

(dalla IV di copertina)

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Carl Schmitt
Posizioni e concetti in lotta con Weimar, Ginevra, Versailles: 1923-1939
tr. it. di A. Caracciolo, Giuffré, Milano 2007

Nel 1940 Carl Schmitt decide di riunire alcuni suoi saggi principalmente di politica internazionale in una raccolta che esprimesse la sua pluriennale lotta contro il mondo liberaldemocratico e borghese incarnato dalla Repubblica di Weimar, dalla Società delle Nazioni e dalle imposizioni del trattato di Versailles. Ne viene fuori una silloge nella quale, in un rapporto costante con l’attualità, emergono e via via prendono forma alcuni capisaldi del suo pensiero giuridico e politologico, una raccolta che mantiene ancora oggi, insieme alla validità dell’analisi, tutto il suo carattere provocatorio.

Così si esprime a proposito Antonio Caracciolo: «Traducendo Posizioni e concetti mi sono accorto che il nostro pensiero si forma proprio in un rapporto costante con la nostra attualità politica. Il pensiero di Schmitt non sarebbe stato quello che conosciamo se Schmitt non si fosse sempre rapportato alla sua epoca e al suo paese. Non ci si isola ed astrae impunemente dal proprio tempo. Nel mio rapportarmi al mio tempo ho potuto riscoprire l’attualità di Schmitt nella misura in cui i problemi umani permangono identici nel tempo. A mio avviso, l’ostracismo verso Schmitt da parte dei suoi odierni detrattori nasce dalla consapevolezza che Schmitt può ancora parlare e ci dice cose che come cittadini europei turbano la nostra coscienza».

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Vladimir Jankélévitch
Corso di filosofia morale 1962-1963
Raffaello Cortina, Milano 2007

La filosofia morale di Jankélévitch, questo ebreo russo francesizzato, figlio di un grande storico ella filosofia (traduttore di Hegel), filosofo e musicologo, è veramente affascinante. L’uomo di Jankélévitch è una creatura tragicamente degna, che fa appello alle più recondite energie interiori per affrontare il proprio tempo a viso aperto e a capo levato. La morale è per lui il distillato intellettuale della serietà dell’esistenza, il cui centro è rappresentato dalla decisione coraggiosa e dalla fedeltà amante, elementi che aprono l’individuo all’infinito valore racchiuso negli altri e nel mondo, alla bellezza dell’agire sensato e all’orgoglio della pugna spiritualis contro tutte le tendenze borghesi al compromesso, all’abitudine, alla meschinità interessata ed egoistica. Contro queste ultime egli sempre sottolinea “la vocazione violenta, forzata, soprannaturale della moralità” Le sue parole precise, le sue definizioni chiare e taglienti non lasciano mai indifferenti, ma inducono a prendere posizione e muovono la coscienza verso una possibile metànoia interiore ed pratica. Insomma si tratta di un grande inattuale da leggere con la mente e con il cuore ma anche con le gambe e con tutto il proprio sé,  giacché, come egli stesso dice, “il fare importa più del dire e l’essere più del fare”.  

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Claire Daudin  
Dieu a-t-il besoin de l'écrivain?[Dio ha bisogno dello scrittore?]  

Editions du Cerf 2006 – in lingua francese

Gli scrittori in questione sono i tre giganti francesi Charles Péguy (1873-1914), Georges Bernanos (1888-1948) e François Mauriac (1885-1970), il cui impegno comune di testimoni cristiani è stato analizzato dalla critica letteraria Claire Daudin in un saggio che riprende nel titolo proprio una riflessione di Mauriac: Dieu a-t-il besoin de l'écrivain?
«Anche se i loro percorsi, i loro ceti d'origine, i rispettivi ancoraggi teologici sono diversi, questi tre scrittori hanno diversi punti in comune nel loro modo di essere scrittori cristiani. Nel senso che i tre non cercano di difendere il punto di vista della religione o di sottomettere l'attività letteraria a un dogma, a un'autorità religiosa. Attraverso l'arte, essi cercano piuttosto di approfondire la propria fede rischiando talvolta persino di entrare in attrito con le posizioni consolidate. (…)
Per i tre, la fede non era un ambito separato. Hanno esplorato la fede nella loro pratica di scrittori, ma l'hanno anche concretizzata nei loro impegni politici o civili e nella loro vita privata. Questa coerenza li rende dei veri e propri modelli sul piano umano, ma ciò conferisce anche un peso tutto speciale alle loro opere che sono, per così dire, intrise della loro vita. E nessun lettore può restare insensibile a ciò. (…)
Quando comincia a scrivere, negli anni Venti, Bernanos entra in contatto con un mondo letterario più attento alla dimensione estetica che a quella morale, nella scia di figure come Anatole France e Marcel Proust. Bernanos, appoggiandosi sulla propria fede cristiana e sulla propria esperienza della guerra, rimette la forma come in secondo piano e fin dai primi romanzi si concentra con forza su una visione dell'uomo. La sua vocazione di scrittore trova un senso pieno proprio in questo impegno morale ed etico.
Péguy e Bernanos [furono più sensibili alla santità]. Per Mauriac, ciò resta implicito, anche perché è forte in lui un certo senso d'indegnità. Per Bernanos, la santità è invece una sfida che non si può schivare, mentre per Péguy si tratta di una progressione, una dinamica esistenziale quasi naturale».
Il ruolo che la loro visione del mondo può svolgere resta immenso, capitale. Si tratta di autori forse comprensibili oggi ancor più che in passato, dato che al momento della massima gloria letteraria subirono spesso anche interpretazioni distorte, soprattutto nel caso di Péguy. A seguito anche della pubblicazione integrale di tutti i loro scritti, la dimensione profetica di questi scrittori risulta oggi più visibile che mai».

(tratto dall’intervista all’autrice raccolta da Daniele Zappalà per “Avvenire”, 30 gennaio 2007)

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Enrico Aitini - Sandro Barni
Caro maledetto dottore. Una lettera sul cancro
EDB, Bologna 20072

«Nell’estate 1996 mi giunse una lettera di Sandro. Mi confessò che da qualche mese stava raccogliendo testimonianze di pazienti o familiari, con l’aiuto di alcuni colleghi che, come lui, volevano comprendere più a fondo i tanti problemi che i nostri pazienti si trovano a vivere ogni giorno. Gli sarebbe piaciuto poter riunire testimonianze e riflessioni in un libro, per capire e far capire, aiutarsi ed aiutare, per migliorare, ove fosse possibile, la qualità della vita di queste persone, nel rapporto con il medico e in quello con la malattia. Chiese la mia disponibilità a lasciarmi coinvolgere in quel sogno che stava lentamente diventando un progetto. Gli risposi di sì. I pazienti che hanno portato una testimonianza con semplici parole, frasi, lettere o diari relativi alla loro esperienza, ci hanno fatto comprendere come le storie e i sentimenti qui raccontati debbano divenire patrimonio comune, per valori etici, culturali, umani. Ci hanno insegnato che la sofferenza pone la singola persona al centro dei valori della nostra esistenza, lontano da clamori e stonature con cui ama spesso raccontarsi la “grande” storia”» (dalla IV di copertina).

È questo un libro toccante, che comporta una vera e propria esperienza spirituale a contatto con vissuti che mettono in gioco i significati più profondi dell’esistere e dell’essere uomini. Per ora ci limitiamo a segnalarlo e a consigliarne la lettura: nel prossimo numero di “Ekpyrosis” lo recensiremo adeguatamente.